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22-06-2020 – Aggiornamento nuove attività per la DAD della Scuola dell’Infanzia

Ascolto della storia: Il pesce fuor d’acqua

Un pesciolino, stanco di vivere nel mare, guizzò fuori per vedere com’era il mondo sulla terraferma. Si guardò intorno, vide una tranquilla spiaggetta, e concluse che si poteva fare.

Il pesciolino fuor d’acqua decise di farsi un giretto al Luna Park, aveva proprio voglia di divertirsi. Intanto negli abissi si chiedevano tutti che fine avesse fatto Alfredo (questo era il nome del pesciolino).

Il polpo Casimiro era felice perché era in debito con Alfredo di mille conchiglie, avendo perso una partita a carte. La murena Dacia era depressa perché non sapeva più chi spaventare. L’ostrica Cecilia, una gran chiacchierona, non sapeva più con chi parlare. D’altronde il pesciolino Alfredo non aveva famiglia, ed era libero di disporre del suo tempo come meglio credeva, fece saggiamente notare il calamaro Guido.

I più tristi di tutti, però, erano alcuni pesciolini trovatelli che Alfredo aveva preso sotto la sua pinna protettiva: si erano molto affezionati a lui.

Nel frattempo il pesce fuor d’acqua se la stava spassando. Aveva provato l’otto volante, la galleria del brivido, il bruco-mela, gli specchi deformanti, mancavano solo le montagne russe, un buon gelato e poi si sarebbe sentito davvero soddisfatto. Dopo essersi riempito il pancino, il pesce fuor d’acqua si sedette su una panchina e cominciò a riflettere sulla sua vita: quell’unica giornata al Luna Park gli aveva regalato più emozioni che la sua intera esistenza nel mare. Si vergognava ad ammettere a se stesso che, nonostante si fosse fatto degli amici sott’acqua, la vita sulla terraferma non gli dispiaceva affatto. Anzi. Stava proprio pensando di rimanere. Avrebbe trovato un lavoro. Si sarebbe adattato facilmente a quella vita. Pensò con un po’ di tristezza e un pizzico di nostalgia al luogo che avrebbe lasciato. Decise di tornare in acqua per salutare i suoi amici.

Si stava già incamminando, quando vide una schiera di bimbetti che uscivano dal parco divertimenti reggendo in mano un curioso sacchetto trasparente pieno d’acqua, all’interno del quale galleggiava un..pesciolino rosso! Oh no! Ma allora era quella la vita che avrebbe vissuto fuori dal mare? Gli sarebbe toccata una simile prigionia? No non avrebbe potuto sopportare una tale umiliazione.

Poveri pesci! Quale destino! Alfredo fuggi via più in fretta che poté, sperando di non essere catturato prima di riuscire a tuffarsi in acqua. Arrivò fino alla spiaggia, si diresse verso il suo scoglio preferito e con un bel salto si tuffò. Non sarebbe mai più tornato fuori.

 

 

Ascolto della storia: Il granchio

Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso.

L’acqua era limpida come l’aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l’ombra e il sole. Il granchio attese la notte e, quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.

Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana, spiava i pesciolini e, quando gli passavano vicino, li acciuffava e li mangiava.

“Non è bello ciò che stai facendo!” brontolò il masso. “Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti”. Il granchio non lo ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato. Ma un giorno, all’improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto. 

 

Ascolto della storia: Il polpo Ottavio

Ottavio era un polipetto rosa che abitava  in un buco scavato nella roccia nella profondità del mare a pochi metri dall’isola Bianca. L’isola si chiamava così perché aveva delle meravigliose spiagge con la sabbia talmente bianca e soffice da sembrare quasi zucchero.

Ottavio era un polpo molto giocherellone, passava tutta la giornata a spasso con i suoi amici del cuore: i pesci Rossini. Gino l’Ippocampo ed Eva la stella marina, che si credeva la più bella degli abissi. I cinque amici amavano giocare a nascondino tra gli scogli e quando erano stanchi si fermavano a ristorarsi e a chiacchierare all’ombra di un grande corallo rosso.

Da quando era arrivata l’estate, però, era finita la tranquillità..L’Isola Bianca si era popolata di turisti e villeggianti che disturbavano con le loro urla, con i tuffi e con i motoscafi che correvano a tutta velocità!

Gli animali del mare non uscivano più dalle loro tane impauriti ed infastiditi da tutto quel trambusto..e così decise di fare anche Ottavio.

Ma dopo alcuni giorni trascorsi ad oziare nella sua tana, si fece coraggio e decise di andare a conoscere questi famosi turisti, perché non ne aveva mai visto uno! Così nuotò velocemente sino alla riva quando all’improvviso..vide su di sé delle grandi zampe nere come quelle di una papera gigante, che stavano per schiacciarlo.

Fece appena in tempo a scappare ed a rifugiarsi dietro uno scoglio! E mentre tirava un sospiro di sollievo ecco che una strana maschera con due grandi occhi marroni lo stavano osservando.. “Polipetto, non avere paura”, disse una voce dolce di bambina.

Ah, ecco! Allora sono questi i turisti!!” pensò dentro di sé Ottavio.

“Allora corro a dirlo ai miei amici! Non devono avere paura! I turisti non ci vogliono fare del male!” Così, si girò, fece un sorriso alla bambina e con un’elegante piroetta, sparì in fondo al mare.


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Ascolto della storia: La leggenda del girasole

Un giorno, in un grande giardino in mezzo a tanti fiori colorati, era nato un fiore davvero strano: brutto e storto.

Tutti gli altri fiori dicevano che era il fiore più brutto fra tutti e nessuno voleva stargli vicino. Il povero fiore, triste e solo, soffriva, ma non si lamentava mai. Trascorreva le sue giornate a guardare il sole nel cielo. Gli piaceva così tanto il sole che, per cercare di avvicinarsi a lui, si era allungato molto.

Quando il sole si spostava, anche il fiore lo seguiva girando la sua corolla. Un giorno il sole si accorse di quel fiore solo e triste che lo guardava sempre, decise di conoscerlo e gli si avvicinò.

Dopo aver ascoltato la triste storia del fiore, il sole decise di aiutarlo e con i sui raggi splendenti abbracciò il fiore, che si accese subito di un bel giallo vivo e sembrava essere quasi d’oro. Da quel giorno il fiore diventò il più alto e il più bel fiore tra tutti quelli del giardino. Diventati amici, il sole decise che meritava un nome speciale e così da quel giorno venne chiamato girasole.

Ascolto della storia: Il cocomero sulla testa

Ricordo che un giorno il nonno tornò a casa con un cocomero gigantesco. La nonna lo guardò e spalancò gli occhi a tal punto che gli occhiali le scivolarono sulla punta del naso; anche la mamma rimase senza parole. Il nonno senza perdere tempo prese un lungo coltello affilato e lo tagliò.  Udimmo un crak molto forte.

L’anguria era stata divisa in due parti: facevano bella mostra la polpa rossa e i semini neri. La nonna mi guardò e mi disse: “Paolino, mangia la polpa ma cerca di non ingoiare i semini, altrimenti..” e non finì la frase perché intervenne la mamma e mi disse che se li avessi ingoiati mi sarei ritrovato con un bel melone rosso sulla testa.

“Impossibili” risposi, ma la mamma e la nonna fecero cenno di si con la testa; guardai il nonno che, invece, aggrottò la fronte e si grattò il mento.

“Allora nonno, è vera questa storia?” gli chiesi un po’ preoccupato. Il nonno guardò la mamma e la nonna e non mi rispose. Andai in giardino con una bella fetta di cocomero e incominciai a gustarla sputando i semini, ma uno lo ingoiai.

“Ne ho ingoiato uno, ora mi spunta il cocomero”, pensai, diventato rosso rosso e incominciando a piangere. Mi toccai più volte la testa e, per paura di trovarmi col cocomero in testa, corsi in camera a mettermi il cappellino con la visiera. Ogni tanto mi passavo le mani tra i capelli, ma per fortuna non successe nulla. Così scoprii che non potrà mai spuntare un cocomero in testa, se si ingoia un solo semino.

Ascolto della storia: Gedeone

C’era una volta un paese tranquillo, fatto di colline e vallate, prati, boschetti e alberi da frutta. I contadini vivevano del lavoro delle proprie mani.

Quello che seminavano in autunno lo raccoglievano in estate. Venanzio, uno di loro, aveva zappato e preparato le zolle del suo terreno e vi aveva seminato tanti chicchi di grano. Poi aveva preso Gedeone, il suo spaventapasseri, e l’aveva piantato al centro del campo.

Gedeone era fatto di paglia, portava una camicia a quadri bianca e nera e un paio di pantaloni di velluto verde. Un cappello di pasta completava il suo abbigliamento.

“Senti, Gedeone”, disse Venanzio “ti affido il mio terreno. Non permettere agli uccelli di avvicinarsi, perché non deve andar perduto neanche un seme di ciò che ho seminato!” Gedeone che gli voleva molto bene, rispose: “Stai tranquillo, farò buona guardia come tu mi hai detto”.

Fu così che i ragazzi del paese soprannominarono quel luogo: “Il campo dello spaventapasseri!”.


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Ascolto della storia: La fiaba della spiga di grano

C’era una volta una spiga di grano, che viveva in un campo di grano. Non stava male, cresceva, diventava bella bionda, poi gli uomini le tagliavano il gambo, ma l’anno dopo lei cresceva sempre nello stesso campo. Ormai conosceva tutte le altre spighe e le piaceva chiacchierare con alcune di loro. Qualcuna le era antipatica, ma aveva anche delle spighe amiche. Però, con il passare del tempo, la spiga cominciava ad annoiarsi a parlare sempre delle stesse cose con le stesse spighe. La vita nel campo era diventata monotona.

La spiga ricresceva ogni anno nello stesso campo, ma non nello stesso posto. Così accadde che una volta si trovò al bordo del campo. Da li poteva guardare fuori e vedere che non era tutto uguale: non esistevano solo spighe, ma c’erano fiori, ortiche, alberi, cespugli, un sacco di piante diverse!

La spiga attaccò discorso con un fiore giallo che stava lì vicino e chiacchieravano del più e del meno. Ogni tanto il fiore doveva alzare la voce, perché le api che venivano a prendergli il polline ronzavano troppo forte: “Glielo dico sempre di non fare tutto quel zzz zzz” diceva il fiore, “ma niente, non capiscono. Però mi aiutano se non fosse per loro, sarei da solo”.

Poi la spiga si mise a parlare con un’ortica: “E’ un po’ triste parlare essere ortica, perché tutti ti girano alla larga, però ci sono anche dei vantaggi: nessuno ti viene a strappare il gambo”.

Lì vicino c’era anche un orto, dove crescevano cipolle, pomodori, fagioli e altre verdure. Era un ambiente allegro, gli ortaggi scherzavano tra di loro e si prendevano in giro divertendosi.

I fagioli ridevano dei pomodori, così panciuti e tondi. “Sarete belli voi! Secchi secchi, lunghi e magri” rispondevano i pomodori.

“Guardate che orecchie, quell’insalata! Ah, ah, ah!”. “Guardate il vostro nasone a punta, carote dei miei stivali!” e tutti ridevano a crepapelle.

Alla spiga piaceva quell’ambiente e iniziò a scherzare anche lei e anche a essere presa in giro.

“Chi è quella bionda lì?”, diceva una cipolla un po’ invidiosa. “E’ una nuova carina!” “Macché carina, non vedi come è magra? Guarda io che fianchi che ho!”. E giù tutti a ridere della cipolla che faceva il verso alle fotomodelle.

La spiga era contenta, perché stava scoprendo un mucchio di cose nuove e si era fatta tanti amici divertenti e simpatici. Alcune spighe la guardavano male: “Sta sempre a chiacchierare con quella gente!” dicevano. “Sono piante diverse da noi, come si fa a parlarci? Cosa vuoi che abbiano da dire?”.

Ma la spiga di grano non le ascoltava perché era bello avere tanti amici diversi e speciali con cui raccontare tante cose divertenti e ridere insieme felici.

 

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Ascolto della storia: La scuola senza regole e la scuola delle troppe regole

Le regole inseguivano il bambino Peter dappertutto. All’asilo nido c’erano state le regole; alla scuola materna c’erano regole. A casa con mamma e papà c’erano regole e c’erano regole persino dai nonni. La maggior parte di queste regole erano sempre le stesse, va bene. Qualcuna era diversa: perché dalla nonna si potevano mangiare le caramelle e a casa con mamma no? A scuola un cartello diceva:

– metto a posto i giochi
– getto i rifiuti nel cestino
– non grido
– non litigo
– ascolto la maestra.

 Comunque, una cosa era chiara: a Peter non piacevano le regole. Le avevano fatte i grandi e lui voleva decidere tutto da solo.

Un giorno Peter pensò: “Voglio andare in una scuola materna dove non ci sono regole”.
La fata dei desideri passava di là in quel momento e lo accontentò. Peter si trovò da solo, senza la mamma, in una scuola materna piena di giochi. I suoi amici erano tutti con lui e quella era la scuola “impazzita” perché non aveva nessuna regola da rispettare.

Dal momento che il cartello delle regole era sparito, si misero a correre uno dietro l’altro per fare una grande festa. Tirarono fuori tutti i giocattoli dagli scaffali e continuarono a correre, saltare, giocare, senza mettere a posto nulla.
Erano così eccitati che gridarono tutto il tempo: non c’era più la regola!
Le maestre non c’erano: in quella scuola sarebbero state inutili perché non si doveva ascoltarle!
Arrivò il pranzo (il servizio mensa era attivo, anche nella scuola senza regole) e i bambini erano tutti contenti perché, quel giorno, il menu prevedeva un grande piatto di patatine fritte e aranciata. Dopo aver finito di mangiare, i bambini lanciavano i piatti in aria e se la ridevano. C’erano anche le caramelle: Peter non ne aveva mai viste così tante, nemmeno dalla nonna.

Dal momento che, nella scuola senza regole non c’era l’obbligo di buttare nel cestino le cartacce e i rifiuti del cibo, a un certo punto a Peter accadde di scivolare su una buccia di banana e di prendersi a testate con il suo amico Tim.
Perla, la bimba più piccola del gruppo, stava per scivolare anche lei sulla buccia.
Peter gridò: “attenta, Perla!”, ma c’era troppo rumore perché tutti i bambini gridavano e non si sentiva nulla.

Quando tutti i bambini furono troppo stanchi e agitati, qualcuno si mise a piangere; qualcuno saltò e corse fuori nel giardino; molti si addormentarono. Peter aveva mangiato troppe caramelle e aveva mal di pancia.

La fata dei capricci passò di là in quel momento e decise di fare a tutti i bambini un dispetto. Li portò via dalla scuola senza regole, magicamente, li fece arrivare nella scuola delle troppe regole.

Nella scuola delle troppe regole c’era un cartello lunghissimo, prima di entrare, e non c’erano disegni per spiegare le regole ai bambini che non sapevano leggere.
Arrivò una maestra che i bambini non conoscevano e si mise a leggere le regole:

Non si poteva correre, gridare e  mangiare caramelle;
Non si poteva fare le bollicine nel bicchiere dell’acqua;
Non c’era l’aranciata;
Non si poteva mangiare con le mani.
Non si poteva andare a giocare in giardino.
Non era possibile sporcarsi la maglietta di sugo.
Non si poteva cantare, perché sarebbe stato come gridare.
Non si poteva alzarsi dalla sedia.
Non si poteva lasciare il cibo nel piatto, anche quando proprio non piaceva o era troppo.

L’elenco era così lungo che la maestra non finiva mai di leggere. I bambini stavano muti e non osavano muoversi. Peter non aveva capito niente: neppure una regola gli era rimasta in testa.

Aveva ragione lui, le regole erano brutte. La maestra, però, continuava a leggere e non c’era verso di farla smettere. Tim, il migliore amico di Peter, alzò la mano. “Maestra, quali sono le regole più importanti?”. La maestra smise di leggere. Non sapeva che cosa rispondere e aveva una faccia stupita, molto stupita. Nessun bambino gli aveva fatto una domanda così.

D’improvviso, la fata dei desideri tornò e Peter e tutti i suoi compagni si ritrovarono nella scuola materna di sempre, con il cartello appeso alla porta di sole 5 regole.
“Meno male”, pensò Sam. Si avviò contento in classe, perché adesso sapeva che cosa fare.


 

Ascolto della storia: Aladino e il rispetto delle regole

Aladino è un bambino che fa i capricci. E’ spesso agitato, protesta quando mamma e papà dicono “No” a un suo desiderio e inizia a pestare i piedi. Piange, si lamenta, strilla e tutti i vicini dicono“Aladino, smettila di fare i capricci”. Aladino non smette.
Passano i mesi, anche gli anni, e il bambino capriccioso diventa un bambino monello. Mamma, papà e vicini dicono “Aladino, smetti di fare il monello”. Aladino non smette.

Aladino, spesso, non obbedisce. Quando non obbedisce, la  sua mamma dice: 
Devi rispettare le regole, io rispetto le regole, tu rispetti le regole!”.

Aladino, allora, chiede alla mamma, “Dobbiamo tutti rispettare la regola?”.
“Sì”, dice la mamma. Aladino protesta lo stesso.

Un giorno arriva, nel villaggio di Aladino, uno strano signore che bussa alla porta di casa di Aladino. Mamma e papà non ci sono, c’è solo Aladino. “Ciao”, dice il signore, “cerco un bambino monello di nome Aladino”. “Sono io”, risponde Aladino. “Bene. Voglio fare di te un uomo molto fortunato”, dice il signore. “Io non sono fortunato”, ribatte Aladino. “Io sono capriccioso e disobbediente”. “Lo so”, dice il signore,”ma io voglio portarti in un posto. C’è una caverna con un tesoro, mi aiuterai a prenderlo?”.
Aladino risponde di sì. Un tesoro è una proposta allettante! Così il signore e Aladino escono insieme e arrivano all’ingresso della caverna. “Ascolta”, dice lo strano signore, “Avrai tutto il tesoro se entrerai da solo e obbedirai in tutto quello che ti dico”.
Aladino deve entrare da solo! Vince la sua paura del buio, solo per avere il tesoro..ma, una volta entrato, il signore comanda: “Ora passami tutto il tesoro, ma resta nella caverna. Ti farò uscire solo dopo!”. Aladino, però, non obbedisce e soprattutto non capisce: vuole uscire subito dalla caverna e ora non si fida più di questo strano signore. “Ascolta”, dice Aladino, “Esco dalla caverna e ti porto il tesoro”.
“No”, dice il signore. “Obbedisci, Aladino! Prima il tesoro, uscirai dalla caverna quando te lo dirò io”.

Il signore è, in realtà, un mago cattivo: vuole lasciare il ragazzo da solo nella caverna, rinchiuderlo dentro con un sasso e prendersi tutto il tesoro.

Aladino non vuole obbedire. “Signore”, chiede il ragazzo. “Perché devo fare come dici tu? Mi spieghi bene questa regola? Tu rispetti le regole del villaggio?”.
“Quale regola!”,dice il signore, che è un mago cattivo e non sa nulla delle regole del villaggio. “Obbedisci Aladino, dammi il tesoro”. Aladino, allora, capisce. Quel signore vuole ingannarlo: non parla come parla la mamma e non conosce le regole. Con un salto esce fuori dalla caverna, inizia a correre e lascia dietro di sé lo strano signore e il tesoro. Aladino corre veloce. Il mago, per la rabbia cade dentro la caverna e non esce più. Aladino è felicissimo di essere tornato a casa dalla mamma e le chiede: “Mi spieghi di nuovo le regole?”. Da allora, non fa i capricci e non è più un bambino monello.


 

Ascolto della storia: La scuola senza regole

Le regole inseguivano il bambino Peter dappertutto. All’asilo nido c’erano state le regole; alla scuola materna c’erano regole. A casa con mamma e papà c’erano regole e c’erano regole persino dai nonni. La maggior parte di queste regole erano sempre le stesse, va bene. Qualcuna era diversa: perché dalla nonna si potevano mangiare le caramelle e a casa con mamma no? A scuola un cartello diceva:

– metto a posto i giochi
– getto i rifiuti nel cestino
– non grido
– non litigo
– ascolto la maestra.

 Comunque, una cosa era chiara: a Peter non piacevano le regole. Le avevano fatte i grandi e lui voleva decidere tutto da solo.

Un giorno Peter pensò: “Voglio andare in una scuola materna dove non ci sono regole”.
La fata dei desideri passava di là in quel momento e lo accontentò. Peter si trovò da solo, senza la mamma, in una scuola materna piena di giochi. I suoi amici erano tutti con lui e quella era la scuola “impazzita” perché non aveva nessuna regola da rispettare.

Dal momento che il cartello delle regole era sparito, si misero a correre uno dietro l’altro per fare una grande festa. Tirarono fuori tutti i giocattoli dagli scaffali e continuarono a correre, saltare, giocare, senza mettere a posto nulla.
Erano così eccitati che gridarono tutto il tempo: non c’era più la regola!
Le maestre non c’erano: in quella scuola sarebbero state inutili perché non si doveva ascoltarle!

A pranzo c’erano patatine fritte, aranciata, tantissime caramelle e dolcetti. Presto, però, tutti avevano un gran mal di pancia e mal di testa per la confusione e questa scuola non piaceva più a nessuno. Molti bambini iniziarono a piangere e chiesero aiuto alla fata dei desideri perché volevano tornare nella scuola di sempre con il cartello appeso alla porta con le 5 regole importanti che tutti devono rispettare perché una scuola senza regole dopo un po’ era diventata davvero noiosa. La fata dei desideri li accontentò e tornarono a giocare felici nella scuola di sempre con le regole importanti.