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Ascolta la storia…


Ascolto della storia: La bottiglia di plastica

C’era una volta una bottiglia di plastica che perse la strada di casa e, nel tentativo di ritrovarla, si fermò a chiedere in uno strano posto: il Paese dei Rifiuti Dispersi.

Prima ancora di incontrare qualcuno la piccola bottiglia fu colpita da un odore terribile; man mano che si avvicinava alle case il paesaggio si faceva brutto e sgradevole, per la strada si vedeva sporco ovunque. Il fiume era diventato di un colore strano, pieno di bolle di sapone e i pesci boccheggiavano in fin di vita a causa dei detersivi inquinati..

Qui abitavano i Rifiuti Dispersi: lattine e bottiglie di plastica, pile usate, vecchi vestiti.., che la gente dei paesi vicini aveva gettato via senza il minimo rispetto per l’ambiente.

Con il tempo i rifiuti si erano riuniti tutti insieme in attesa di ritrovare ciascuno il proprio bidone della raccolta differenziata e li finalmente vivere felice, nell’attesa di essere riciclato.

Ma nessuno sapeva dove si trovavano i bidoni e soprattutto nessuno, anche gli abitanti dei paesi vicini che facevano la raccolta differenziata, osava avvicinarsi a quel paese anche perché a distanza di chilometri si sentiva solo una gran puzza..

Insomma, i Rifiuti Dispersi non sapevano proprio come fare per essere riciclati.

Quando arrivò la bottiglia, l’unica ad aver trovato il coraggio di superare la puzza e lo sporco ovunque, i rifiuti le raccontarono la loro storia; fu così che la bottiglia che aveva viaggiato tanto, poté aiutare i rifiuti a trovare la strada per arrivare ai cassonetti della raccolta differenziata più vicini!

I rifiuti dispersi si misero in viaggio e finalmente ciascuno raggiunse il proprio cassonetto!

 

Ascolto della storia: Valentina la rana canterina

C’era una volta, in un bellissimo parco, un ruscello in cui viveva una rana di nome Valentina. Era una rana molto fortunata e felice, perché trascorreva le sue giornate sulle sponde del fiumiciattolo a prendere il fresco, cantando e gracidando allegramente insieme alle sue compagne. Nei pomeriggi di primavera, poi, era piacevole mettersi a prendere il sole sull’erba e passare il tempo in compagnia.

Un giorno arrivò un gruppo di persone che non aveva mai visto prima. C’erano alcuni adulti e molti bambini. Avevano organizzato una festa di compleanno e portavano con sé buste piene di patatine e popcorn, vassoi di panini, bibite e una grande torta. Valentina ne fu felice. Pensò che lei e le sue compagne avrebbero potuto accompagnare i festeggiamenti intonando un coro di auguri nella lingua delle rane per fare una sorpresa al piccolo festeggiato, un bel bambino dall’aria vivace. Appena arrivato sulle sponde del ruscello, il bimbo tirò fuori un pallone e iniziò a giocare insieme ai suoi amici. I grandi, invece, si sedettero e accesero a tutto volume una grande radio. Valentina ci rimase male: la musica era talmente alta che faceva un baccano assordante, così forte che lei e le sue amiche dovettero smettere di cantare perché non riuscivano più a sentire nemmeno la propria voce! 
Le altre rane scapparono a nascondersi e anche le loro vicine di casa, le cicale, ammutolirono spaventate. Nessuno, però, sembrò farci caso.

I grandi apparecchiarono il prato con piatti e bicchieri di plastica e li riempirono del cibo che avevano portato. Tutti iniziarono a mangiare, sparpagliando briciole e carte ovunque.

I bambini correvano sull’erba schiamazzando e tirando calci al pallone, che rimbalzava dappertutto finché un colpo troppo forte non lo fece volare fra i rami di un albero, facendo fuggire tutti gli scoiattoli. Il piccolo festeggiato si arrampicò per tentare di riprenderlo, ma nel farlo spezzò un ramo e scivolò sbucciandosi un ginocchio. Scoppiò in lacrime per il dolore e il povero albero anche. Eppure non era nemmeno un salice piangente! Valentina avrebbe voluto consolarlo, ma aveva un po’ di timore a farsi avanti.

E poi, ormai era il momento della torta. Le rane, gli scoiattoli, le formiche e persino l’alberello ferito tirarono un sospiro di sollievo: ancora un po’ di pazienza e finalmente quegli ospiti così maleducati se ne sarebbero andati. Il bambino soffiò sulle candeline, ma era troppo piccolo per riuscire a spegnerle tutte e gli adulti troppo occupati a chiacchierare fra loro per accorgersene. Il bambino pensò di spegnerle spingendole a testa in giù nell’erba, che scoppiò a piangere per la scottatura.

Fu così che tutte le cartacce rimaste sul prato, insieme ai piatti, ai bicchieri e alle posate di plastica abbandonate, decisero che quella festa era davvero brutta e che avevano voglia di andarsene. Si tuffarono nel ruscello, che però si spaventò molto e si fece venire il singhiozzo per la paura, smettendo di scorrere, cambiando colore e rovesciando tutto il sudiciume sulle sponde.

Anche ai pesciolini mancava il respiro e cominciarono a piangere, boccheggiando a pancia all’aria. Per fortuna un uomo in tuta bianca e blu, che stava piantando degli alberi lì vicino, attirato dalla confusione, si avvicinò al ruscello e notò i rifiuti e i pesciolini, dando subito l’allarme. Tutti si preoccuparono moltissimo.

Valentina fu pronta a intervenire: si tuffò nel ruscello e nuotò con vigore, riportando a riva quanta più immondizia poteva. Le sue amiche rane la imitarono e, con l’aiuto dell’uomo in tuta e dei suoi colleghi, il ruscello fu ripulito ma il prato si ritrovò tutto pieno di rifiuti! Le rane erano molto arrabbiate e i bambini e i loro genitori davvero mortificati.

Si scusarono con le rane, con il ruscello, con i pesciolini e con gli altri abitanti del parco e rimisero tutto a posto, raccogliendo tutti i rifiuti riversati sul prato suddividendoli fra carta, lattine e plastica, ripulendo l’erba dagli avanzi e offrendosi di piantare nuovi alberelli e nuove zolle d’erba per consolare quelli feriti. 
Valentina decise di perdonarli e con le sue amiche intonò un coro per fare la pace. I bambini e i grandi non avevano mai ascoltato cantare le rane e scoprirono che erano molto più intonate della radio e che facevano una musica molto più bella!

 

Ascolto della storia: Il fiore di primavera

C’era un bocciolo che faticava ad aprirsi. Era duro, piccolo, verde e pareva che non dovesse sbocciare mai. Allora disse alla pianta: “Succhia forte il buon nutrimento della terra, così io potrò diventare più grosso”.

La pianta succhiò con tutte le sue radici e il bocciolo ingrassò ma rimaneva verde e duro. Allora disse alle nuvole: “Mandate giù una pioggerella, ma non tanto forte, altrimenti mi sciupate”.

E le nuvole mandarono giù una spruzzatina sulla terra, ma con molta educazione. Poi il bocciolo disse al sole: “Per piacere, riscaldami con i tuoi raggi, ma non mi bruciare, sarebbe un peccato. E il sole lo accarezzò col suo tepore.

Finalmente in una bella mattina di primavera, il bocciolo si aprì e ne venne fuori un bellissimo fiore rosso che pareva di seta. Una farfalla disse: “Che bellezza! Un fiore così bello non si era mai visto in questo giardino”. E vi si posò sopra con delicatezza.

La terra, le nuvole e il sole ne furono molto orgogliosi. Le campanelle bianche, screziate di rosa, si misero a suonare a festa.

Verso sera arrivò un bambino. Vide il bellissimo fiore rosso e lo colse. Poi lo strappò.

Le campanelle smisero di dondolarsi e chinarono le corolle con molta malinconia.

Il giardino pianse tutta la notte.

 

Ascolto della favola: La volpe e il corvo

C’era una volta un corvo che, fermo su un ramo, si guardava intorno in cerca di qualcosa da mangiare.  L’occasione arrivò presto.

Non molto lontano, una famigliola stava facendo un bel picnic, e in un angolo, sopra il telo steso a terra, aveva messo un bel cesto pieno di pezzi di formaggio.
Il corvo si lanciò in picchiata, con una rapida mossa prese un pezzo di formaggio e volò via lontano, sopra il ramo di un alto albero. Era tutto contento.

Sotto il ramo dove si era posato il corvo, stava passando una volpe, che notò subito il pezzo di formaggio nel suo becco. Si sedette lì sotto e pensò: “Quanto mi piacerebbe mettere le zampe su quel pezzo di formaggio..”. Ma il corvo era su un ramo troppo alto e lei non ci sarebbe mai arrivata con un salto. Forse, però, poteva farcela usando la sua astuzia. Si sa, le volpi sono molto furbe.

– Buongiorno signor corvo, ma che belle penne che hai! – disse la volpe.
Il corvo, sentendo queste parole, guardò giù e la vide. Conoscendo il tipo, il corvo si fece subito sospettoso. “Come mai la volpe mi fa questi complimenti?” si chiese; ma la volpe continuò: – Hai anche un gran bel portamento!

Al corvo iniziò a piacere tutta questa adulazione. “Be’, effettivamente ho delle bellissime penne nere” pensò, e iniziò a sbattere le ali per metterle bene in mostra.
– E che bel becco che hai, sembra proprio il becco di un re!
Al corvo non pareva vero di ricevere tanta attenzione. Sentir lodare il suo becco, poi, era una cosa bellissima.– Se solo potessi sentire una dolce melodia provenire da quel becco.. vorrei proprio sentire che meravigliose canzoni puoi cantare.. – continuò la volpe con un tono sempre più adulatorio.
Il corvo era al settimo cielo per la felicità. Dopo così tanti complimenti doveva dimostrare alla volpe quanto bravo era nel canto, così aprì il becco e:
– Cra! Cra! Cra!

E mentre il corvo cercava di dare sfoggio delle sue abilità di cantante, il pezzo di formaggio scivolò via dal becco. La volpe, che aspettava lì sotto, aprì la bocca e il formaggio ci finì dritto dritto dentro.

La volpe, tutta contenta per essere riuscita a guadagnarsi il pranzo usando solo la sua astuzia, salutò con la zampa il corvo, ringraziò e se ne andò via per il sentiero del bosco.
Il corvo, poverino, era rimasto con le ali e il becco aperti per la sorpresa. “Dovevo stare più attento” pensò mentre guardava la volpe allontanarsi.

“La prossima volta che qualcuno mi farà così tanti complimenti non mi lascerò ingannare così facilmente. Cercherò di capire se sono complimenti sinceri o se sono solo un modo per ottenere qualcosa da me”. E volò via, in cerca di qualcos’altro da mangiare.

Morale: non bisogna mai fidarsi di chi fa troppi complimenti.
 
 

 

Ascolto della storia: La mucca Guglielmina

C’era una volta una mucca di nome Guglielmina che viveva in una fattoria in un paese molto lontano da qui.

La mucca Guglielmina era amata da tutti gli animali della fattoria, perché era buona e molto disponibile.

L’oca Martina la adorava, perché quando si stancava di covare le uova, la mucca Guglielmina si metteva l’uovo nel ciuffo della coda e lo covava finché non tornava.

Il cavallo Vincenzo la adorava, perché, quando il  padrone lo metteva in punizione, calandogli il fieno, perché non aveva fatto bene il suo lavoro, Guglielmina, gli passava sempre un po’ del suo, in modo che Vincenzo potesse sfamarsi.

Per la pecorella Ottavia, Guglielmina era stata come una mamma, perché quando la mamma di Ottavia era stata portata via, Guglielmina si era sostituita a lei.

Un giorno si diffuse la terribile notizia che Guglielmina, non facendo più abbastanza latte, sarebbe stata venduta.

I suoi amici erano indignati e ne parlarono una sera tutti insieme: -Iiiiiiiiio, non sono d’accordo Guglielmiiiiiiiiina deve rimanere quiiii-Disse il cavallo Vincenzo: -Qua, qua, qua, deve restare qua- Diceva l’oca Martina facendo segno di sì con la testa, per sottolineare quello che affermava.-Beeee, bee, Guglieeeeeemiina, deeeeeveee reestaare-Anche Ottavia era d’accordo, non voleva perdere di nuovo la sua mamma.

Parlarono tutta la notte e alla fine ebbero un’ idea: il fattore confinante con la loro casa, aveva una grande quantità di latte, depositato nel magazzino vicino alla stalla, bastava rubarne un litro, tutte le notti, versarlo nella mungitrice, quando l’attaccavano a Guglielmina così da aumentare la produzione di latte.

Così fecero, per parecchie notti, il cavallo rubava il latte, la pecora  e l’oca lo versavano nella mungitrice, così Guglielmina faceva un litro di latte in più tutti i giorni. Il fattore rimaneva sorpreso per l’aumento del latte, ma non parlò più di vendere Guglielmina.

Ma un brutto giorno, arrivò il fattore vicino dicendo che da un po’ di tempo, tutte le sere spariva il latte dal magazzino vicino alla sua stalla.

Il fattore fece finta di nulla, ma capì quello che stava succedendo.

Andò nella stalla e parlò ai suoi animali. -Sentite, so che per voi Guglielmina è importante, per te Martina è come una mamma- Ottavia rispose:  -Be be beeeeeee siiiiiiiiiiiii- So che aiuta Martina nella cova:  -Qua qua deve rimanere qua-  rispose prontamente Martina. -E so che divide il suo pasto con Vincenzo, quando è in punizione-  Vincenzo rispose -iiiiiiiio non vogliiiiio che vada viiiiiiia-

Il fattore guardò i suoi animali, a cui voleva un gran bene e disse: -D’accordo, Guglielmina rimarrà con noi, però bisogna restituire al fattore il suo latte, e sapete come faremo?-

I quattro animali lo fissarono, scuotendo il capo:  -Andrete ad aiutare il fattore vicino, per ripagare il latte sottratto: Martina coverà le uova per loro, Guglielmina farà il latte per loro. Vincenzo spingerà il loro aratro, Ottavia darà la sua lana.

E così fu, tutti gli animali collaborarono per saldare il debito, felici di essere ancora tutti insieme.

 

Ascolto della storia: Ludovica, la formica che non amava la fatica

C’era una volta, in un grande prato, un grande formicaio in cui viveva una comunità di operose formiche. Qualcuno pensa che le formiche siano animali insignificanti e noiosi. Ma voi le avete mai osservate bene da vicino? Per farlo avrete bisogno di aguzzare lo sguardo e di essere attenti e curiosi. Perché è vero: sono minuscole. Ma non sono per niente deboli e sono intelligenti.

Il motto delle formiche è che l’unione fa la forza. Per questo riescono a costruire opere grandiose senza disturbare nessuno, silenziosamente e attivamente. Le formiche non sanno cosa sia la pigrizia… o almeno, quasi tutte le formiche non hanno idea di cosa voglia dire essere pigri.

Ma nel formicaio che c’era una volta, e che c’è ancora in questa storia, c’era qualcuno che non era d’accordo con tutti gli altri. Lì viveva infatti la piccola Ludovica, una formica che non amava la fatica.

Non era superficiale né tonta, solo tanto svogliata. Ludovica non aveva mai voglia di darsi da fare per lavorare insieme alle sue sorelle, anche perché pensava che il suo lavoro non avrebbe fatto poi così tanta differenza. Cosa sarebbe cambiato? In fondo erano tante, tantissime, e lei poteva portare solo una briciola per volta perché – essendo molto pigra – era anche molto poco allenata. Quindi preferiva lasciar fare tutto alle altre, convinta che una briciola in più o in meno non avrebbe cambiato niente e che il suo impegno non fosse necessario.

Nel grande formicaio si viveva bene, grazie alle scorte che ogni anno venivano accumulate nei sotterranei in vista dell’inverno. Le formiche, infatti, che oltre ad essere molto attive sono anche molto intelligenti avevano capito che era importante mettere da parte le risorse che la natura regalava loro, in modo da poterle consumare poco per volta nei periodi più freddi dell’anno. Così le riponevano da parte nelle gallerie sotto la loro casa, al sicuro, e pensavano al futuro senza troppe preoccupazioni. Un po’ come facciamo noi uomini per conservare il gas naturale nelle rocce sotto terra e scaldare le nostre case nei periodi più freddi.

Una brutta notte d’autunno, però, qualcosa cambiò all’improvviso. Scoppiò un forte temporale e la pioggia iniziò a cadere, senza fermarsi, mentre i tuoni facevano tremare tutto il formicaio. La natura, arrabbiata per essere stata trascurata e maltrattata dagli uomini, che a volte sono persino più pigri e irresponsabili di Ludovica, pianse lacrime di acqua dal cielo per ore ed ore.

Le goccioline, piccole come le formiche, si infilarono una dopo l’altra nelle gallerie e nei cunicoli, allagando tutti i depositi delle scorte. Il gas non si può bagnare, ma le molliche sì!

Le briciole di pane si inzupparono e divennero molto più pesanti di prima.

Ludovica non amava la fatica, ma era una formica molto sveglia e fu la prima a capire che nemmeno le formiche più robuste sarebbero più riuscite a sollevarle da sole. Allora ricordò il motto che ripetevano sempre tutti: “L’unione fa la forza!” e trovò subito la soluzione.

Bisognava affrettarsi tutte insieme a portar via le molliche bagnate, unendosi per riuscire a trasportarle. Così non sembravano più nemmeno tanto pesanti e il lavoro fu molto più veloce e meno faticoso. La natura, colpita dall’impegno delle formiche, decise di smettere di piangere e fece spuntare il sole da dietro le nuvole, per far asciugare il raccolto dal calore del mattino.

Ludovica capì che l’impegno di ognuno è fondamentale per il benessere di tutti. Da allora decise di non essere più la Formica che non amava la fatica, ma diventare un’operosa Formica Salvamollica. 

 

 

Ascolto della storia: Il mago dell’alfabeto

Nel bosco incantato vive un simpatico mago che si chiama Alfabeto. Mago Alfabeto è un mago davvero speciale, nel suo giardino crescono alberi maestosi da cui nascono delle bellissime lettere.

Avete capito bene, cari bambini, sui rami ci sono delle lettere colorate che il mago raccoglie con grande cura. Quando le lettere sono pronte, mago Alfabeto le raccoglie. Riempie delle grandi ceste di A e intere cassette di profumatissime F, poi dei mazzetti di I e T.

Il mago è molto generoso e regala le lettere ai bambini che vogliono imparare a scrivere. Prepara dei sacchetti dove mette tutte le lettere dell’alfabeto più dolci. I bambini non vedono l’ora di assaggiare le lettere, ormai conoscono tutti i gusti.

La A sa di amarena, la B di banana, la C di confetto, la D di dattero. Ogni lettera ha un gusto speciale. C’è perfino una z di zucchero caramellato.

Il mago ha anche delle lettere profumate che regala alle fate. C’è una I che profuma di iris,, una M che profuma di mughetto e una V che ha un buonissimo profumo di violetta. Le fate hanno delle collane con le lettere e così possono sentire il loro profumo preferito per tutto il giorno.

Le lettere di Mago Alfabeto sono davvero speciali e piene di sorprese.

Questa mattina nel bosco incantato è arrivata una bambina e il mago le ha regalato una L, una I, una S e una A per scrivere il suo nome.

Hai capito come si chiama la bambina?

E se tu andassi dal mago Alfabeto che lettere chiederesti per scrivere il tuo nome?